Sviluppare una filiera nazionale di colture proteiche bio per limitare le importazioni

06/09/2013

Paolo Carnemolla, presidente Prober

Nel quadro generale della cronica carenza di colture proteiche a livello europeo e nazionale per l’alimentazione zootecnica, si inserisce il problema specifico del settore biologico, che ha meno superfici disponibili e maggiori problematiche di tipo agronomico per la coltura principale, che è la soia.

Ma anche una coltura come il mais, anch’essa destinata all’alimentazione zootecnica, presenta in coltivazione biologica limitazioni e criticità che hanno reso nel complesso il comparto mangimistico nazionale biologico, in particolare negli ultimi anni, fortemente dipendente dalle importazioni.

La principale filiera zootecnica biologica italiana è quella avicola, sia per la produzione di uova che di carne e in tale ambito non solo l’Italia ha una posizione di leadership a livello europeo ma i consumi sono in continua crescita, pure essendo un mercato prevalentemente nazionale. Del resto anche nel primo trimestre del 2013, a fronte del continuo calo dei consumi alimentari nazionali, gli acquisti di prodotti biologici nella Gdo italiana sono cresciuti del +8,8% rispetto allo stesso periodo del 2012. Inoltre l’Italia è uno dei principali fornitori di materie prime per mangimi bio anche per i Paesi del centro e nord Europa, dove la zootecnia biologica e i consumi dei prodotti derivati sono molto più sviluppati anche per il comparto bovino e suino.

È in questo contesto che a fine 2011 è stata scoperta una rilevante frode relativa principalmente a prodotti importati dall’est Europa, con indagini della Guardia di Finanza e dell’Ispettorato centrale controllo qualità e repressione frodi del Mipaaf che sono ancora in corso e che hanno determinato una forte crisi di mercato. Un mercato stimato solo per la soia bio in almeno 90mila tonnellate/anno e rispetto al quale in questi due anni si è fatto molto per rivedere e stringere le regole e i comportamenti, soprattutto del sistema di certificazione, ma nel quale operano anche altri Paesi europei, Olanda in primis, che stanno occupando il mercato con prodotti provenienti dalla Cina e dall’India, rispetto ai quali proprio lo scorso aprile una nuova indagine della Magistratura di Pesaro ha rivelato problemi di contaminazione da sostanze non ammesse nel biologico.

È quindi evidente la necessità di ridurre al più presto e per quanto possibile la dipendenza del comparto mangimistico bio nazionale dalle importazioni, sviluppando filiere nazionali anche attraverso la sperimentazione di colture proteiche alternative che siano tuttavia in grado di garantire egualmente una buona redditività anche ai produttori di uova, latte e carne. FederBio, la federazione interprofessionale nazionale del biologico a cui aderisce anche Anabio-Cia, nei mesi scorsi ha attivato un tavolo di filiera con tutte le imprese del comparto.

Nell’incontro sono stati definiti un piano d’azione e strumenti idonei a gestire e risolvere una criticità che ormai si trascina da due anni. È in questo contesto che è nato e sta prendendo forma il progetto “proteiche bio” che vede come protagoniste alcuni organismi che aderiscono ad Agrinsieme e che avrà come strumento operativo di coordinamento Prober soc. coop.

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