Piante per uso farmaceutico, comparto in crescita e buone opportunità per la filiera corta

Dicembre 2013

Paolo Ranalli, già direttore del dipartimento CRA (Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura), Roma

La produzione di piante per uso farmaceutico e, più in generale, di piante officinali in Italia è caratterizzata da forte dinamismo e notevole imprenditorialità. Il coltivatore di officinali di solito è uno specialista, più raramente un coltivatore sporadico o di opportunità, quindi ha investito capitali in attrezzature per la gestione della filiera (coltivazione, raccolta e lavorazione in post-raccolta delle erbe).
Negli ultimi anni il mercato è andato differenziandosi in due aree nettamente distinte in cui nuove prospettive si sono aperte per il coltivatore italiano. Da una parte, persiste un mercato delle materie prime industriali a basso prezzo e grande quantità (10-100 t/anno/prodotto), cui solo aziende con grandi estensioni ed esperienza possono accedere; in genere, queste produzioni si realizzano dietro contrattazione con le industrie acquirenti. Dall’altra parte, si amplia il mercato dei prodotti di qualità, biologici, di nicchia e super–nicchia, trattati in quantità modeste, (100 kg – 10 t/anno/articolo) ma pagati a prezzi superiori (fino a quattro volte i corrispettivi prodotti di qualità industriale).

Considerando la proprietà polverizzata diffusa in Italia, il coltivatore medio potrebbe  puntare essenzialmente a quest’ultimo ambito, specializzandosi, allungando la filiera e professionalizzandosi. Lo svantaggio è che qui si opera in una dinamica più aperta, con scarsa programmazione e poca certezza sul collocamento della materia prima ottenuta in campo.

Le filiere di trasformazione più consolidate in Italia sono quelle della distillazione e dell’essiccazione; ci sono anche aziende che producono direttamente estratti. La filiera degli oli essenziali prevede la coltivazione e distillazione di diverse piante: lavanda, menta, elicriso e altre specie destinate al mercato degli ingredienti aromatici e profumistici. In tal caso, il coltivatore possiede in azienda un impianto di distillazione (i distillatori sono diffusi soprattutto al Nord, nelle aree storiche della menta e della lavanda).

Chi produce erbe essiccate, invece, si occupa della coltivazione e dell’essiccazione delle erbe e, in misura minore, anche della lavorazione dell’essiccato per il mercato degli infusi e droghe semilavorate; in tal caso, le aziende dispongono di essiccatoi, taglierine, sfogliatrici e setacci. Ci sono aziende, poi, che producono estratti liquidi greggi, o concentrati in quantità limitata, destinati al mercato delle tinture madri o della produzione artigianale di fitoterapici.
Molte aziende, infine, operano sulle tre filiere contemporaneamente per garantirsi una diversificazione e flessibilità rispetto al mercato, molto sfaccettato.

Ripartizione simmetrica del valore aggiunto

L’aspetto distributivo è importante perché con poca materia prima si raggiungono facilmente grandi numeri di pezzi; basti pensare che da un ettaro si ottengono fino a 2.000 kg di prodotto secco in taglio tisana e che una scatola di bustine filtro contiene circa 20 g di erbe.
Ne consegue cha da una fase all’altra della trasformazione si generano imponenti margini di valore aggiunto. Un altro esempio è quello dell’origano: i  grossisti l’acquistano dai produttori a 2/3 euro/kg di prodotto secco (infiorescenze e foglie sfioccate); nei successivi passaggi commerciali il prezzo aumenta a 8/10 euro/kg (prezzo pagato dagli erboristi), fino a più di 20 euro/kg (prezzo per l’acquisto del prodotto in sacchetti da 50 g, sui banconi dei supermercati). Questo enorme valore aggiunto non rimane quasi mai nelle mani del produttore, ma viene incassato dalle figure intermedie della filiera. Sarebbe perciò necessario includere nel processo produttivo anche le fasi di prima trasformazione e confezionamento e realizzare una filiera “dal campo alla tavola”.

Produzione di materia prima

La maggioranza delle aziende che si dedicano alla coltivazione delle piante officinali è situata in collina (46%), poco più di un terzo si trova in pianura (35%)  ed il resto in montagna. La superficie aziendale investita ad officinali è mediamente di circa 1,5 ha al Nord, 2 al Centro, 3 ha al Sud. Più della metà delle aziende (57%) adotta le tecniche di coltivazione biologiche, il 39% quelle convenzionali ed il 4% quelle biodinamiche. La quota più elevata di aziende biologiche e biodinamiche si trova nel Centro e nel Nord del Paese, dove superano il 60%.
La coltivazione delle officinali richiede minime modificazioni dell’assetto aziendale, poiché possono trovare collocazione all’interno degli ordinamenti produttivi presenti nella maggior parte delle aziende agricole.
La loro agrotecnica si basa su scelte colturali che concorrono a determinare la redditività e la sostenibilità delle produzioni. Esse riguardano principalmente:

  • l’accesso a specie migliorate, adatte al clima mediterraneo o provenienti da germoplasma autoctono;
  • la disponibilità di materiale di propagazione migliorato per l’impianto di colture estensive a basso valore aggiunto (seme), per colture intensive ad alto valore aggiunto (seme e talea) e per colture in regime biologico;
  • la messa a punto e validazione di un adeguato protocollo per il controllo delle infestanti, che rappresenta il principale fattore di costo nella gestione delle colture. In generale, la pratica del diserbo è adottata solamente per le colture ad utilizzo industriale, coltivate su grandi estensioni (menta per l’estrazione dell’olio essenziale, iperico per l’ipericina, ecc.); negli altri casi, si ricorre al controllo manuale;
  • la necessità di definire le migliori tecniche di concimazione, relativamente allo specifico ambiente di coltivazione, e di testare nuovi prodotti e nuovi approcci nutrizionali per la fertilità del suolo nella coltivazione con il metodo biologico;
  • lo studio di presidi fitosanitari ammessi per le colture officinali e lo sviluppo di tecniche di difesa alternative basate, per esempio, sull’impiego di ammendanti organici con effetto di soppressione di patogeni del suolo (cover crops con brassicacee “biocide”);
  • lo sviluppo/acquisizione di cantieri adatti alla meccanizzazione delle varie operazioni colturali:  macchine specializzate per la coltivazione (trapiantatrice, seminatrice di precisione, raccoglitrice, coltivatore a filari), macchine per la trasformazione (essiccatoio, distillatore, linea di lavorazione dell’essiccato; separatrice foglie/fusti, trincia per taglio tisana e confezionatrice). Importante è lo sviluppo del centro di lavorazione e stoccaggio che è il vero cuore dell’attività dell’azienda.

Conclusioni

Si tratta di un settore che ha un grosso potenziale, poiché ha diversi “plus”: affonda le radici nella tradizione, riscuote l’interesse dei consumatori moderni (naturalità, benessere, tradizione, cultura, territorio ma anche novità), valorizza le aree marginali e amplia le opzioni colturali a disposizione delle aziende agricole. In pratica, però, lo sviluppo di modelli di produzione competitivi, che assicurino adeguato reddito ai produttori, implica innovazioni nella filiera ottenute dalla ricerca e sperimentazione, messa in rete delle competenze e scambio di informazioni tra gli addetti al settore.

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