“Il bel paesaggio agricolo propone il sistema agroalimentare dell’Emilia Romagna con i suoi prodotti, la gastronomia ed il turismo”

In passato una piantata o un’alberata avevano un valore d’uso. Oggi, con la meccanizzazione dei sistemi di produzione che richiedono una disposizione diversa degli spazi, sono diventate elementi della memoria che contribuiscono a creare un bel paesaggio.

Ma cosa si intende per paesaggio?

E che cos’è un “bel paesaggio”?

Che ruolo gioca l’agricoltura e che valore aggiunto può ricavare un bene agricolo, un terreno, un fabbricato o un prodotto, dal contesto paesaggistico in cui è inserito?

Di funzionalità e bellezza, produzione e conservazione, armonia paesaggistica e incremento del valore economico si è discusso martedì 23 settembre a Expo, nel corso del convegno organizzato da Cia Emilia Romagna in collaborazione con Accademia nazionale dell’agricoltura e Promoverde alla presenza di esperti e rappresentanti di categoria.

L’assessore all’Agricoltura dell’Emilia Romagna Simona Caselli ha apprezzato l’iniziativa: “Il paesaggio è stato lasciato per troppo tempo a chi si occupava di cultura ed estetica, mentre deve far parte del modo di fare agricoltura e di proporre l’intero sistema Emilia Romagna (prodotti, gastronomia, turismo). Sono aspetti concreti su cui dovremo lavorare sempre di più nei prossimi anni”.

L’incontro si è aperto con la presentazione della ricerca commissionata dalla Cia regionale e condotta da Maria Luisa Boriani, agronoma, che ha dato spunti di riflessione (una sintesi della sua relazione a pag. 6 di Agrimpresa). Il paesaggio, secondo la definizione della Unione europea, è il risultato dell’interazione fra uomo e natura. Un bel paesaggio è qualcosa di dinamico, che si sviluppa attraverso la ricerca di equilibrio tra esigenze produttive e conservazione del territorio. La tesi della ricerca è che si debbano accettare le trasformazioni del territorio, anche alla presenza di mostri meccanizzati per l’irrigazione, cercando tuttavia di non snaturarlo. La soluzione non è dunque nella tutela a tutti i costi del paesaggio“museificandolo”, ma accompagnandone il cambiamento in modo sostenibile, visto che è comunque influenzato dalle necessità produttive. Un bel paesaggio è infatti ordinato, in armonia con il contesto e progettato secondo le esigenze della destinazione d’uso dell’azienda agricola, che può significare anche pensare a filari perimetrali e disposizione delle colture con valore sia funzionale che estetico. O a progetti di paesaggi in pianura dove si tolgono le alberate per lasciar spazio alla meccanizzazione, ma lo si fa in modo armonioso, lasciando magari sopravvivere una o più alberate.

Il messaggio rivolto agli agricoltori è stato di non avere paura della tutela del paesaggio, perché oggi le disposizioni europee non prescindono dalle loro necessità d’uso. In definitiva, ecologia ed economia non vanno contrapposte, ma fatte dialogare e interagire fra loro. D’altronde, hanno una stessa comune radice, “oikos”, che significa casa. Per creare valore nel settore la ricercatrice ha poi sottolineato l’importanza di un’agricoltura multifunzionale, come nel caso dell’agriturismo che racchiude più servizi ecosistemici: prodotti alimentari di qualità, ristorazione, ospitalità, turismo, didattica, fattorie aperte. Ma anche il recupero di borghi montani, affiancati da un’agricoltura in aree salubri e gli orti peri-urbani sono delle opportunità per valorizzare l’agricoltura come paesaggio in via di trasformazione, nel caso degli orti in particolare, per recuperare la frangia spesso degradata tra città e campagna.

Esperimenti di orti urbani su modello berlinese si stanno facendo a Roma, Milano e Bologna, mentre a Torino sono arrivate le pecore a falciare l’erba, come d’abitudine nei parchi inglesi. Un’agricoltura che abbia consapevolezza di essere essa stessa paesaggio e di contribuire a crearlo di giorno in giorno produce anche un valore aggiunto su fabbricati e terreni relativi, valore che è stato quantificato con delle stime da Maurizio Pivetti, l’altro curatore della ricerca (vedi tabelle a pag. 9) “È avvenuta una rivoluzione copernicana: per la prima volta nella Pac il paesaggio non viene considerato un prodotto indiretto, ma un obiettivo diretto dell’agricoltura, con la conservazione e realizzazione di paesaggi agrari gradevoli e diversificati, che hanno un valore di mercato superiore a quelli non progettati secondo certi criteri. Tuttavia, c’è ancora molto da fare per specificare gli obiettivi da raggiungere e per far lavorare insieme la squadra degli attori coinvolti. Serve infatti una strategia complessiva che si integri con la pianificazione territoriale per trovare sintesi e armonizzazione tra chi coltiva e chi conserva, puntando al contempo ai cosiddetti ‘coltivatori custodi’”, commenta Pivetti.

Per Antonio Dosi, presidente della Cia Emilia Romagna, ciò che interessa davvero all’agricoltore è la valorizzazione che emerge dalla sinergia tra agriturismi, vendita diretta, attrattive culturali, beni archeologici e territorio: “Noi dovremmo imparare dagli altri Paesi che sfruttano alcuni momenti del ciclo produttivo come eventi di attrazione internazionali, come la fioritura dei ciliegi in Giappone. Neanche a noi manca la fioritura dei frutteti! Potremmo per esempio legarla alla ricettività e ai prodotti tipici, valorizzandoli reciprocamente”.

Tutto questo esprime bene i concetti di paesaggio dinamico e di agricoltura multifunzionale, ma quello che va accresciuto è il riconoscimento culturale del nostro stesso paesaggio. “Finché le comunità non riconoscono e non si riconoscono culturalmente in un territorio, è difficile influire nella negoziazione con i soggetti della pianificazione territoriale e arrivare a delle decisioni comuni. In Italia, la Toscana è diventata sinonimo di paesaggio, si assiste addirittura a una ‘toscanizzazione’ delle architetture agricole. Quindi, prima di chiederci come fare a creare valore nel nostro territorio, chiediamoci come lo facciamo diventare paesaggio, perché se la popolazione se ne prende cura e capisce il valore di investire, si può creare una comunità di intenti che inciderà anche sulla pianificazione”, precisa Maria Luisa Bargossi della Regione Emilia Romagna.

Intanto, nel marchio nazionale dell’agriturismo presentato a Expo a inizio ottobre il paesaggio è uno dei dieci indicatori di misurazione, benché la bellezza abbia anche degli aspetti intangibili, legati alla percezione soggettiva. “Questi temi vanno sviluppati e concretizzati, dall’architettura del paesaggio al recupero del territorio disastrato, e se ora si aggiunge anche la leva dell’incremento di valore, a maggior ragione ci si dovrà interessare di bellezza. È doloroso, per esempio, vedere l’abbandono delle nostre case coloniche per non pagare quella famosa tassa mentre, all’opposto, il design delle macchine agricole è migliorato negli anni. Oggi sono più belle da vedere in mezzo ai campi”, commenta Gualtiero Baraldi, vicepresidente Accademia dell’Agricoltura.

Piace poi pensare a un’azienda agricola pluriattiva, che diventi soggetto multifunzionale e non residuale nel panorama economico, applicando i concetti di marketing all’agricoltura, a Gianluca Cristoni, presidente di Promoverde, l’associazione della filiera del verde (florovivaistica), che ha contribuito alla realizzazione del Parco della biodiversità in Expo. Mentre Sabrina Diamanti, presidente di Conaf, l’associazione nazionale agronomi, ha ribadito la finalità del lavoro dell’agronomo, che è quella di aiutare l’imprenditore agricolo a restare sul mercato migliorandone la produttività. Ma come?
Anche collegando il prodotto tipico alla conservazione del territorio, in un tutt’uno contestualizzato, e quindi accrescendo il valore del prodotto stesso attraverso la cura del paesaggio. E così il cerchio si chiude.

Agricoltura è paesaggio, il paesaggio è agricoltura.

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