Troppi cinghiali nel Parco dei Gessi: agricoltori sul piede di guerra

Maggio 2017

BOLOGNA - Si è interrotto il dialogo con il Parco dei gessi bolognesi e dei calanchi dell’Abbadessa, lamentano le rappresentanze agricole. La gestione del territorio è questione troppo complessa per essere affidata ad un solo ente, per quanto motivato e opportunamente strutturato.

Occorre collaborazione tra coloro che usufruiscono a diverso titolo di un’area che presenta molteplici aspetti socio-economici; essa è indispensabile per assicurare la pace sociale, la sicurezza e, da ultimo ma di certo non meno importante, la tutela della biodiversità.
È quindi con profondo malessere, scrivono in una nota Cia, Coldiretti e Confagricoltura provinciali di Bologna, “che denunciamo, nostro malgrado, la rottura di un rapporto che è stato per anni molto proficuo, soprattutto per scarsa volontà del Parco dei gessi bolognesi e dei calanchi dell’Abbadessa”.
I rappresentanti degli agricoltori non ne conoscono i motivi, ma ne subiscono gli effetti. E con loro tutte le categorie produttive, come anche i semplici cittadini che transitano a proprio rischio e pericolo all’interno del Parco e che non possono far altro che prendere atto dell’inerzia degli organi decisionali dell’area protetta.
Eppure, stimoli e offerte d’aiuto e collaborazione non sono mancate da parte delle rappresentanze agricole.

Suggerimenti per porre rimedio al proliferare del numero di cinghiali, con impatto devastante sulle produzioni agricole (all’interno e fuori dei confini del Parco) e sulla circolazione stradale, sono arrivati anche dalla Città metropolitana che “pur riconoscendo i significativi progressi fatti rispetto alle annate precedenti, sottolinea di rafforzare ancora di più la limitazione dell’impatto sulle strade da parte dei cinghiali, incrementando strumenti e interventi di contenimento”.
Non solo. Pure il Piano faunistico-venatorio regionale dell’Emilia Romagna, riprende il tema, dove si legge che “nel Parco regionale dei gessi bolognesi e dei calanchi dell’Abbadessa, il cui territorio rientra in modo massiccio nell’area critica per i danni causati dal cinghiale, risultando pesantemente interessato da impatti alle produzioni agricole (…) risulta opportuno l’avvio dell’attività venatoria (…)”.
A questi ed altri appelli purtroppo poco o nulla è seguito: le gabbie di cattura non sono attive, i grandi recinti di contenimento sono dismessi, di conseguenza gli incidenti stradali continuano a verificarsi, i danni alle colture sono stati così ingenti da provocare la chiusura di 2 aziende agricole e, beffa che s’aggiunge al danno, i risarcimenti sono corrisposti solo se i campi sono recintati, quasi che la colpa fosse di chi non si difende e non di chi causa danni, senza considerare che questi recinti avrebbero sul  territorio del parco un impatto visivo molto discutibile.  
Inoltre - e qui la quantificazione è difficile ma significativa - la voracità del suide danneggia le altre specie animali, ledendo quella biodiversità la cui tutela è compito precipuo e istitutivo di questo come di qualsiasi altro parco.

L’impegno del Parco, pur presente, non basta perché sono cambiate le condizioni: una volta sui 4.000 ettari protetti c’erano poco più di un centinaio di cinghiali, mentre adesso stime attendibili ne segnalano 1.500/2.000! È palese la sproporzione tra le forze in campo.

Per raggiungere un equilibrio sostenibile tra la presenza del cinghiale, le attività umane e la tutela ambientale, gli agricoltori hanno offerto tutto il loro appoggio, sulla base di passate esperienze quando lo sfalcio dei fossi e altre operazioni di manutenzione del territorio erano svolte volontariamente, con effetti positivi non solo in termini economici ma anche sociali.
A ciò si aggiunga la disponibilità dei cacciatori - arrivata per il tramite dell’Ambito territoriale di caccia Bo2 - pronti a intervenire, nei limiti che le vigenti leggi impongono, con operatori volontari preparati allo scopo.
Ma queste offerte di aiuto e collaborazione continuano a cadere nel vuoto, purtroppo.
Se è facile capire le difficoltà del Parco che denuncia risorse finanziarie e di personale risicate, ben più difficoltoso - magari adombrando preclusioni ideologiche - risulta comprendere il perché di tale comportamento.

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