Interrogare il mercato prima di produrre canapa

Claudio Ferri, direttore Agrimpresa

Gli unici soggetti che traggono una elevata redditività dalla canapa sono figure professionali non propriamente ascrivibili alla categoria dei agricoltori che operano nella legalità. Mi riferisco a coloro che coltivano con ingegno e perizia la cannabis sativa, quella ‘buona’, quella che si fuma. Una indubbia provocazione la mia, ma serve per introdurre una riflessione che in altre occasioni è stata affrontata tra le righe di Agrimpresa. La storia di questa coltura è affascinante ed è facile farsi trascinare dalla nostalgia degli anni d’oro (e faticosi) in cui produrla dava soddisfazione economica, al netto delle difficili condizioni dei contadini di allora che di gratifiche ne vedevano poche. Un po’ come nei giorni nostri in cui mi sembra di assistere ad un singolare esercizio dialettico sulla canapa e sulle sue potenzialità (parola chiave molto utilizzata). Una potenzialità, per il momento, inespressa in campo, ma molto celebrata da coloro che offrono servizi ai produttori in termini di fornitura di piante, semi, tecnologia per la coltivazione. Lo so, sono scettico, e non intravedo quella grande opportunità con infiorescenze e fibra, almeno per il momento.

La parola chiave è ‘filiera’, un soggetto che manca, in grado di offrire un reddito dignitoso, o quantomeno al pari di un seminativo qualsiasi. La canapa è ottima per gli avvicendamenti colturali e sarebbe un toccasana per i terreni alla ricerca di essenze che diano ristoro al suolo, spesso bistrattato dalle monosuccessioni. A parte la rigida normativa in materia (a proposito: in caso di errore formale o tecnico il rischio di incorrere in un procedimento penale è elevatissimo), serve una industria capace di valorizzare la canapa nelle sue diverse declinazioni, quindi, oltre la fibra, anche tutti gli impieghi industriali in grado di lavorare grandi volumi. Allora sì che si possono ipotizzare investimenti considerevoli in superfici: i fiori per la profumazione degli ambienti – e altro – sono un palliativo.

Manca una filiera (sono anni che se ne parla, ma per il momento ho assistito a molte esperienze fallimentari) per motivi oggettivi, a partire dai costi industriali scarsamente competitivi rispetto a realtà di altre nazioni, fino allo scoglio rappresentato dalla logistica.

Serve quindi un progetto che coinvolga più soggetti, con un piano industriale che prima analizzi il mercato e le sue richieste: insomma, capire chi ha interesse ai prodotti trasformati (fibra, materiali per l’edilizia e altro), quanti ne servono e cosa è disposto a riconoscere in termini economici il prodotto. Poi, se esistono le condizioni, si va a ritroso, ovvero si individuano – o si creano – le imprese di trasformazione e infine si stabiliscono i quantitativi di materia prima necessaria. Qui entrano in gioco gli agricoltori, a cui affidare il compito di investire le superfici necessarie per far partire e alimentare una filiera efficiente e soprattutto capace di dare valore aggiunto anche ai produttori.

È mia opinione che la cooperazione, nelle sue declinazioni e competenze, potrebbe dare un ottimo supporto per individuare tutti i soggetti da coinvolgere e metterli a sistema, al fine di raggiungere questo ambizioso obiettivo.

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