Piano Lupi, uno strumento da attivare

Claudio Ferri, direttore Agrimpresa

Ormai la presenza del lupo è stabile anche in zone di periferia delle grandi città: i branchi sono diffusi e ‘certificati’ dalle tantissime immagini di fototrappole o di avvistamenti. La diffusione di questo grande predatore non è stata accompagnata da un monitoraggio costante e oggi si ha la sensazione che sia quasi fuori controllo. L’espansione del lupo è accompagnata da un rilevante fenomeno di ibridazione con i cani vaganti, che spesso trovano rifugio nel branco arrecando danni “genetici” alla specie Canis Lupus e “comportamentali” al branco, che tende a diventare più numeroso e meno efficiente. Sicuramente è degenerato il secolare rapporto con le attività zootecniche che oggi vivono la pressione del predatore specialmente nelle aree dove tradizionalmente il lupo era assente.

Alcune pratiche di allevamento e particolari situazioni ambientali subiscono continue predazioni di capi ovini e bovini, con gravi danni economici che sono difficilmente quantizzabili, tardivamente e non adeguatamente risarciti dalle Regioni.

Questo conflitto si sta esasperando sempre di più e come spesso accade in Italia si creano contrapposte fazioni, che difficilmente trovano una soluzione che tiene conto delle ragioni di tutti. C’è stata un volontà precisa e apprezzata del Ministero dell’Ambiente di rivedere il complesso quadro normativo e, dopo un lungo lavoro di condivisione con tutti i soggetti interessati (Organizzazioni agricole, ambientaliste, venatorie nonché università, Ispra e Regioni) ha prodotto un Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia.

La competenza in materia è delle Regioni e il Piano Lupi, come viene comunemente chiamato, non è stato mai approvato dalla Conferenza Stato Regioni. Le ragioni dello stallo sono di diversa natura, ma l’ostacolo più grande è la possibilità, in deroga, prevista dal piano del prelievo del lupo nelle aree dove è certificata e misurata una presenza eccessiva del predatore.

Tuttavia questo strumento è un buon inizio soprattutto perché mette al centro la gestione dell’intero sistema, non costruisce barriere ideologiche anzi, con le azioni previste coinvolge e responsabilizza tutti i soggetti interessati e l’opinione pubblica in generale. Certamente tutti dovranno fare la loro parte, il mondo scientifico produrre la migliore mappatura sulla presenza del predatore, le istituzioni nazionali adeguare e armonizzare la normativa, le Regioni attrezzarsi per fornire supporti e finanziamenti adeguati alle iniziative di monitoraggio e di prevenzione (attivazione bandi Psr ecc.), le Organizzazioni agricole e ambientaliste impegnarsi nella comunicazione corretta delle informazioni e delle misure, realizzare percorsi formativi adeguati ed efficaci per gli operatori professionali.

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