Carota ancora redditizia, ma crescono le difficoltà per produrla

carote

Erika Angelini

MESOLA (Ferrara) – In Emilia Romagna si coltivano circa 2.450 ettari di carote, la stragrande maggioranza dei quali (2.400) nelle zone dell’Alto ferrarese, da Mesola fino al mare, dove i terreni sono sabbiosi e il resto nel ravennate. Una radice che, negli ultimi cinque anni, nonostante momenti di crisi dovuti al calo eccessivo dei prezzi, è riuscita a dare soddisfazioni ai produttori e può essere considerata una coltura da reddito.

Secondo Cristian Feggi, vicepresidente di C.A.S.A Mesola – cooperativa che lavora, confeziona e vende molte delle eccellenze del territorio – la coltivazione della carota è ancora un’opportunità, anche se sono diversi i problemi agronomici e di mercato da risolvere.

“Nel ferrarese facciamo due raccolti, uno autunnale e uno estivo, producendo in media un milione e 200 mila quintali. I due raccolti hanno destinazioni di mercato diverse e questo incide dal punto di vista della stabilità delle quotazioni. Da ottobre a marzo la carota di primo raccolto viene soprattutto venduta al mercato interno e va a rifornire generalmente la Grande distribuzione. Negli ultimi anni non ci sono state grosse sorprese in questa fase, anche grazie ad accordi di fornitura che sono stati consolidati nel corso del tempo. L’anno scorso il prezzo della carota autunnale è stato discreto, attestandosi mediamente sui 28 cent/kg, mentre adesso, a termine della prima fase di commercializzazione, siamo sui 40 cent/kg, una quotazione decisamente buona. Le sorprese – continua Feggi – sono più probabili, invece, durante la commercializzazione del secondo raccolto, da maggio ad agosto, perché le carote raggiungono prevalentemente mercati esteri, con Polonia e Repubblica Ceca come paesi privilegiati di destinazione. La tendenza degli ultimi anni è questa: se l’export va bene e c’è la richiesta i prezzi tendono a stabilizzarsi, ed è una stabilità che permane anche per il prodotto che poi viene venduto in Italia. Se la richiesta dall’estero è poca, anche le quotazioni interne tendono a diventare instabili e soprattutto imprevedibili: possono andare da 3 a 50 cent/kg in poco tempo.

Ed è chiaro – spiega il produttore – che una carota quotata 3 centesimi viene lasciata in campo, come è successo in qualche occasione negli anni scorsi, perché non vale la pena raccoglierla. I costi di produzione si aggirano, infatti, sui 5/6 mila euro per ettaro, una cifra importante alla quale va aggiunta quella di un eventuale affitto dei terreni che si aggira sui 2 mila. Ovviamente per ammortizzare l’investimento bisogna portare a casa almeno un prezzo “minimo” di 18 centesimi e bisogna anche lavorare bene per fare volumi produttivi consistenti e carote di qualità, quindi il più possibili diritte e di forma regolare”. Se il mercato, negli ultimi cinque anni, ha consentito ai produttori di carote di avere un reddito abbastanza regolare, permangono i problemi agronomici, legati soprattutto alla difficoltà a trattare se non in deroga e a un tipo di infestante che sta flagellando i terreni.

carote deformate“Il primo problema, che abbiamo ormai da diversi anni, è sicuramente la revoca di alcuni principi attivi per i trattamenti che non sono stati sostituiti con prodotti efficaci, in particolare i diserbanti a base di Linuron. Il mancato rinnovo dell’approvazione di queste sostanze rende difficile trattare, anche perché i cosiddetti “sostituti” tendono a bruciare letteralmente la carota sotto il nylon. Per non parlare dell’annosa questione dei fumiganti utilizzati per combattere i nematodi, che per fortuna possono essere usati in emergenza, visto che altri prodotti con un’efficacia simile, quando l’infestazione è davvero importante, non ci sono. Noi vorremmo certamente usare prodotti più sostenibili e, anche a C.A.S.A Mesola, in collaborazione con la Fondazione per l’agricoltura F.lli Navarra di Ferrara, stiamo facendo diverse sperimentazioni per l’utilizzo di sostanze naturali, come i biocidi. Si tratta di antagonisti vegetali, come l’aglio, che possono contenere la popolazione di nematodi galligeni. Certo non hanno l’impatto forte di un fumigante, ma speriamo di trovare presto una strada più “green” e altrettanto efficace per trattare la carota.

Quello che sta diventando, invece, un vero flagello per le carote e per le colture più in generale è un infestante molto aggressivo, un tipo di Cyperus – che da vedere può sembrare erba cipollina selvatica – e che  non si riesce a debellare con nessun tipo di diserbo. Infesta i terreni e li rende sostanzialmente inospitali per le altre specie vegetali, eccetto per il mais che riesce comunque a crescere.

Quindi – conclude Cristian Feggi – coltivare la carota significa certamente fare un investimento significativo in termini economici e affrontare alcuni problemi fitosanitari che hanno un peso nelle scelte colturali. Ma secondo me rimane per gli agricoltori una coltura interessante, che ormai fa parte di un patrimonio produttivo tipico del territorio. Tanto che stiamo cercando di ottenere il marchio Igp, un riconoscimento che renderebbe più appetibile la “Carota di Ferrara”, sia sui mercati esteri che quelli interni, dove i consumatori sono sempre più attenti alla provenienza e alla qualità dei prodotti che mangiano”.

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