Frutticoltura: enorme gap tra prezzi alla produzione e quelli al consumo

IMOLA – “Esiste un divario ingiustificato, addirittura non “etico” tra i prezzi che vengono corrisposti agli agricoltori per i prodotti frutticoli e quelli che il consumatore paga per acquistare la frutta estiva, che sono spesso cinque o sei volte superiori”. Afferma Giordano Zambrini, presidente di Cia – Agricoltori Italiani Imola.

“Non si tratta naturalmente di un problema nuovo – continua il presidente – ma negli ultimi anni, a causa dei cambiamenti climatici e dell’aumento dei costi di produzione, è diventato strutturale e rischia di cancellare la frutticoltura imolese di qualità”. L’associazione ha calcolato, in dettaglio, i costi medi per produrre un ettaro di frutta: manodopera circa 7.500 euro; mezzi tecnici 1.450 euro; assicurazione 750 euro, tasse 1.350 euro e poi altre voci per ammortamenti e la manodopera familiare, per altri 6.000 euro. Si arriva così a una cifra che si aggira intorno ai 17.000 euro, dai quali sono esclusi i costi diretti per eventuali noleggi di macchine, impianti irrigui e antigrandine, patentini e corsi obbligatori. Per produrre un chilo di albicocche servono, dunque, 70-80 cent/kg e per le pesche siamo sui 45-50 cent/kg. Un esborso che non viene ripagato dalle attuali quotazioni, più basse dei costi di produzione. Ma se si osservano, invece, i prezzi degli stessi prodotti sui banchi dei supermercati, si vede che un chilo di albicocche può costare fino a 2,50 euro/kg e un chilo di pesche si aggira sui due euro, quando va bene.

“Con questi costi – spiega Daniele Nanni, frutticoltore di Toscanella di Dozza – e i prezzi pagati ai produttori, si riesce raramente ad avere un guadagno, più spesso si va in pareggio o in perdita. Negli ultimi anni ho scelto di non conferire a una Op o cooperativa, ma di vendere direttamente alla grande distribuzione o attraverso altri canali più diretti. In questo modo riesco a gestire meglio il prodotto, ma questo comporta un lavoro costante per collocarlo e molta incertezza. Certamente il divario tra il primo anello della filiera e il prezzo al consumo è diventato scandaloso, il valore che produciamo non ritorna nelle nostre tasche, ma viene risucchiato dai diversi passaggi di fliera e da un mercato globale che diventa sempre più complesso”.

Altrettanto preoccupato per la situazione Maurizio Zanchini, frutticoltore imolese che denuncia quotazioni più basse, in media, di 20 cent/kg per albicocche e nettarine. “La produzione della frutta è ormai un’agricoltura di “sopravvivenza”. Io conferisco a una cooperativa perché ho un volume di prodotto che non riuscirei a gestire altrimenti, ma mi rendo conto che non ci sono più anni buoni o anni meno buoni: dal 2003 stiamo vivendo un’unica ed estenuante annata negativa. Fare gli imprenditori in questo sistema, con le albicocche pagate anche 40 cent/kg, la metà del costo di produzione, significa non avere prospettive, non poter investire, non poter trasferire ai giovani un’azienda remunerativa. Vedere poi i nostri prodotti sottopagati, venduti nei negozi a prezzi così alti fa male, perché è evidente che viene svalutato il nostro impegno e gli sforzi per produrre bene e questo ci porta a estirpare frutteti e a non dare lavoro. Una situazione insostenibile”.

“Cia – Agricoltori Italiani Imola – conclude Zambrini – sta sollecitando gli organi direttivi a livello regionale e nazionale per sensibilizzare un confronto tra i diversi attori della filiera e a livello istituzionale al fine di chiarire le dinamiche di formazione dei prezzi della frutta. La nostra associazione punta a ridare valore alla frutticoltura del territorio, riportando al centro il settore primario, da troppi anni schiacciato da speculazioni e penalizzato dalla forte concorrenza tra il sistema cooperativo e la distribuzione organizzata.

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