Il grano duro del nord ha fatto flop

vignetta sul grano

Claudio Ferri

Gli attacchi fungini sul frumento, causato dalle piogge intense di maggio, sono responsabili di una campagna cerealicola zoppicante, sul piano produttivo e qualitativo.
A farne le spese soprattutto il grano duro che, oltre a perdere in qualità, sconta produzioni inferiori anche del 50%. Va meglio per il grano tenero che in quanto a proteine ha evidenziato buone performance, anche in quantità. Nomi come fusarium o grano volpato (cioè colpito da volpe o carie del grano ndr), sono patologie quest’anno particolarmente diffuse che rendono in molti casi inutilizzabili le farine per la produzione di pasta. Il ‘volpato’, infatti, conferisce un colore giallastro alla farina, caratteristica merceologica che l’industria non ritira poiché trasmette la stessa sfumatura alla pasta. Il grano è una coltura che tutti gli anni perde superfici, fenomeno aggravato dal problema delle micotossine e accentuato da un clima che cambia: il ‘duro’, in quanto più sensibile alle stagioni umide, rischia di lasciar spazio ad altre coltivazioni.
“Quest’anno una parte di questi cereali prenderanno altre destinazioni, specialmente quelle zootecniche – spiega il presidente dell’Ager, Associazione granaria emiliana romagnola, Patrizio Chieregato -, una situazione che va ad incidere sulle quotazioni degli altri cereali, come ad esempio il mais. Se mangimisti trovano, infatti, sul mercato derrate alternative come il grano appunto, ad un prezzo competitivo, questo va a condizionare il listino anche del granoturco ed altri cereali ad uso zootecnico. Anche perché il mais, in certe annate, può presentare le aflatossine dannose per la salute. Per il mangimista – osserva Chieregato – è indifferente acquistare mais o grano perché il discrimine è il prezzo, mentre l’industria esige la qualità, oltre a grani di forza di cui non può fare a meno in molti processi produttivi”.

Riguardo al grano che presenta il volpato, la percentuale non deve superare il 6%, soglia oltre la quale i pastifici non ritirano il prodotto, per via della colorazione.
Oltre ai problemi di natura merceologica, sul ‘tenero’ la competizione è alta dove i Paesi dell’est europeo esportano a prezzi estremamente concorrenziali.
Sul frumento duro c’è chi comincia a sostenere che è una forzatura produrlo al nord. “Il clima incide sicuramente molto anche sulle caratteristiche merceologiche di questo cereale- rileva il direttore di Ager Adrea Villani – e nelle aree settentrionali sono migliori rispetto al Mezzogiorno. Va detto, tuttavia, che nelle regioni del nord ci sono maggiori rischi di contaminanti perché più esposto alle avversità atmosferiche”.

Bologna ha una tradizione sul grano e il prodotto si quota franco partenza, con l’intento di aggiungere valore e difendere la produzione locale.
Da Parma a Ravenna i frumenti presentano caratteristiche merceologiche buone, Bologna poi ha una lunga tradizione granaria.

“In queste aree tutti riconoscono che i grani sono di qualità superiore – sottolinea il presidente di Cia – Agricoltori Italiani di Bologna, Marco Bergami, che ha una lunga tradizione di cerealicoltore – e nel listino si valorizza questo plus: c’è domanda proprio per le ottime caratteristiche. Per tutelare le filiere cerealicole ‘made in Italy’ occorre, tuttavia, sostenere maggiormente la produzione – osserva ancora Bergami – perché se non c’è prodotto nazionale il ‘brand Italia’ perde valore. La Borsa Merci di Bologna è un punto di riferimento per l’Europa e nel mondo, quindi le produzioni locali vanno salvaguardate, ma gli agricoltori fanno fatica a produrre con prezzi bassi che non sono remunerativi”.

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