Il settore cunicolo segna il passo: troppe importazioni

Lucia Betti

RAVENNA – Gli allevatori di conigli hanno a che fare con questioni aperte da tempo come il divario fra prezzi all’origine e costi di produzione, le ingenti importazioni (soprattutto da Francia e Ungheria), la mancanza dell’obbligo dell’etichettatura di origine per la carne di coniglio, in vigore invece dal 2015 per le carni suine, ovicaprine e pollame. Negli ultimi dieci anni in Romagna, e in Italia in generale, il settore cunicolo si è molto ridimensionato. Le annate più vicine, 2016 e 2017, sono state particolarmente negative. Il 2018 è andato leggermente meglio, seppur con continue oscillazioni dei prezzi all’origine.
“Sono tornati nella media annuale verso ottobre – spiega Riccardo Plazzi, allevatore di Roncalceci (Ra) – perché mancava il prodotto d’importazione. Comunque, la media è sempre intorno a 1,80 euro/Kg, al di sotto dei costi che, invece, non calano mai”.

Il 2018 ha registrato un’importante riduzione dell’importazione di carne di coniglio a causa di problematiche nei Paesi esteri concorrenti. “Questo ha portato a quotazioni migliori – spiega Angelo Bighini, da 48 anni nel settore, con allevamenti fra Reda e Brisighella (Ra) – In agosto è stata 2,44 euro/kg. Per due mesi abbiamo avuto una quotazione a 2,54 euro/kg, la più alta negli ultimi tre, quattro anni. Intorno a metà gennaio qualcosa è arrivato dall’estero e la quotazione è scesa subito di 8 centesimi”. Gli allevatori vorrebbero che venisse riconosciuto il giusto valore al loro lavoro e alla loro produzione.

“Siamo noi, il primo anello della catena, a rischiare tutto e ormai quasi senza diritti – afferma Plazzi – Ci viene imposto tutto, lavoriamo ininterrottamente. È la realtà, non una lamentela. Sono oltre 30 anni che allevo conigli e ora non ho più operai: siamo io e mia moglie altrimenti i costi lievitano troppo. Purtroppo, questa situazione è un po’ generalizzata nel settore zootecnico. I piccoli sono destinati a sparire, ma è una cosa brutta: anche i piccoli fanno qualità e trainano l’economia”.
Plazzi – che nella sua azienda alleva circa mille fattrici – mette in evidenza due azioni dirimenti: da un lato, stabilire un prezzo fisso per la maggior parte della produzione cunicola italiana così da poter meglio pianificare anche gli investimenti, ad esempio per il 70%, sulla scia del modello francese; dall’altro, contenere il ricorso all’importazione selvaggia.

Anche secondo Angelo Bighini – che alleva circa 5 mila fattrici – se si andrà avanti come negli ultimi tre anni, altri allevamenti sono destinati a chiudere per mancanza di soldi per rinnovare le pezzature.
“In questi anni non sono spariti solo i piccoli, ma anche allevamenti di dimensioni consistenti con produzioni comprese fra 200 mila e 450 mila conigli all’anno. Il settore potrebbe trarre un grande beneficio se anche per la carne di coniglio valesse l’obbligo di etichettatura d’origine. La tracciabilità e la trasparenza del mercato tutelano allevamenti, allevatori e consumatori. I consumatori devono sapere cosa acquistano, scegliere in maniera consapevole, perché l’etichetta parla chiaro, se comprare un prodotto nato, allevato e lavorato in Italia oppure solo lavorato in Italia… e i nostri consumatori sono attenti alle produzioni locali”.

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