L’agroindustria fa l’occhiolino alle leguminose

Maggio 2016

Claudio Ferri, direttore Agrimpresa

Legumi e verdure a foglia: in questa produzione l’Emilia Romagna è tra le più avanzate d’Italia. Con la complicità della posizione geografica e del clima, oltre che ad una presenza importante dell’agroindustria, i produttori hanno sviluppato una grande professionalità

nel coltivare ortaggi che non solo entrano nella catena del freddo, ma vengono immessi nei mercati per il consumo fresco. La vendita diretta e i farmers market sono un altro importante veicolo per commercializzare gli ortaggi, un canale che piace al consumatore, che riesce ad instaurare un dialogo con l’agricoltore–fornitore capace di dare valore aggiunto al prodotto.  

Lo sviluppo delle orticole da industria è stato determinato anche dalla mancanza di un reddito adeguato da altre colture, un fattore che spinge le imprese agricole alla ricerca di produzioni alternative e più interessanti  sul piano remunerativo. L’Emilia Romagna investe complessivamente quasi 11.000 ettari in questo comparto, con una produzione di circa 84.000 tonnellate ed un valore alla produzione di oltre 20 milioni di euro. Un primato di questa regione è anche nella produzione di leguminose, fagiolo e fagiolino da mercato fresco e per la trasformazione industriale: solo di questa coltura si stimano circa 7.800 ettari. Ravenna, Ferrara, Forlì Cesena, ma anche Piacenza, sono le province che meglio esprimono questa potenzialità, anche in virtù del fatto che aziende come Orogel, Conserve Italia e Fruttagel operano in questi bacini.

Un capitolo a parte, ma altrettanto importante, è la coltivazione di leguminose per l’alimentazione animale. In Italia, come in tutta Europa, l’autoapprovvigionamento non è elevato e la dipendenza da derrate che vengono da Oltreoceano è alta. Considerando che queste produzioni favoriscono la fertilità dei terreni e la stessa Unione europea premia la sostenibilità delle colture, stupisce che non ci sia un maggiore investimento su questo versante. Ma la redditività diventa un fattore decisivo per la scelta colturale.

L’utilizzo di ortaggi è in aumento e il consumatore è sempre più attento a qualità e aspetti salutistici di ciò che porta in tavola, a partire dalle proposte ‘naturali’. Sul prodotto biologico c’è infatti molta attenzione e i coltivatori in questo segmento di mercato hanno buoni margini di manovra per produrre per il consumo fresco e per l’industria, che segue con attenzione le dinamiche dei consumatori. In questo quadro si colloca il Piano strategico nazionale del biologico approvato recentemente in Conferenza Stato Regioni, che prevede una serie di obiettivi mirati per la crescita del settore da raggiungere entro il 2020.

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