La coltura del ciliegio al centro di un simposio internazionale: a Vignola il 21 e 23 maggio intervenuti esperti da tutto il mondo

ciliegie di Vignola

Claudio Ferri

VIGNOLA (Modena) – Nell’annata più critica dal punto di vista climatico, non solo per le ciliegie, si è svolta a Vignola il 22 e 23 maggio la terza edizione dell’International Cherry Symposium organizzato dall’Università di Bologna e dal Consorzio ciliegia di Vignola Igp insieme all’Accademia nazionale di Agricoltura. Dopo le edizioni del 2011 e del 2015, la città nota a livello internazionale per essere la culla delle drupe rosse ha ospitato tecnici e accademici provenienti da tutte le parti del modo. Un appuntamento, purtroppo ‘bagnato’, che ha offerto agli addetti ai lavori un vasto bagaglio di contenuti tecnici e commerciali sulla frutta rossa che in Italia occupa oltre 30.300 ettari per una produzione di circa 114.900 tonnellate.
Impianti ad alta densità, tecnologia del post-raccolta, spacco dei frutti, tecniche colturali, lotta ai parassiti, nuove varietà e aspetti commerciali sono stati al centro della ‘due giorni’ in cui è stato sezionato ‘l’universo ciliegio’.
Di seguito riportiamo i sommari (abstract) redatti da alcuni relatori del simposio.

L’innovazione varietale per produzioni di alta qualità

Amandine Boubennec

Unità per la coltura del ciliegio dolce, Centre techinque au service de la filière fruits et légumes (CTIFL, Francia)
Il cambiamento climatico e la diversificazione delle pratiche di produzione agricola stanno generando condizioni di coltivazione sempre più eterogenee. Sono quindi necessarie varietà che siano diversificate e adattate all’ampio spettro di condizioni biotiche e pedoclimatiche e che rispondano alle esigenze dei mercati europei e mondiali. Inoltre, le varietà devono essere caratterizzate per permettere ai produttori di effettuare una scelta consapevole tra il materiale disponibile, a seconda dei loro obiettivi produttivi e dei vincoli tecnici ed ambientali, sempre con il desiderio di ottimizzare la qualità della frutta per rendere la produzione più affidabile ed assicurare la sostenibilità dell’azienda agricola.
Per fare questo, è necessario sviluppare nuove metodologie per definire l’ideotipo varietale che plausibilmente sia in grado di incontrare le aspettative del settore in vari contesti produttivi e di uso, promuovere lo studio delle interazioni genotipo- ambiente nella rete delle sperimentazioni varietali ed inoltre caratterizzare le varietà testate a seconda della loro risposta alle carenze di risorse ed agli stress ambientali, caratterizzare le risorse disponibili e gli stress biotici ed abiotici presenti nelle prove di campo, raccomandare le varietà sulla base di criteri multipli, integrando le aspettative dei diversi attori al contesto produttivo e di utilizzo delle varietà.
In generale, a prescindere dal periodo di maturazione, le caratteristiche di una pianta di ciliegio dolce dovrebbero essere le seguenti: buona produttività, capacità di autoregolazione del carico, calibro dei frutti omogeneo, dimensione media dei frutti di almeno 26 mm, tolleranza alle spaccature ed alla Monilia spp., durezza del frutto, buone proprietà organolettiche ed adattamento a vari canali di distribuzione.

raccolta ciliegieNuove tecniche e obiettivi nel miglioramento genetico

José Quero Garcia UMR 1332 BFP, INRA, Université de Bordeaux, F-33140 Villenave d’Ornon, Francia

Il miglioramento genetico del ciliegio dolce è relativamente recente, se confrontato con altre colture di maggiore importanza. Nonostante ciò, negli ultimi 30 anni, sono state rilasciate numerose cultivar, il che ha contribuito ad un aumento significativo della produzione di ciliegie. Il più importante programma di miglioramento genetico pubblico partito nel XX secolo rimane tutt’ora attivo e nuovi programmi si stanno sviluppando in paesi come Cile, Cina o Spagna.
Più recentemente, anche il settore privato ha iniziato a giocare un ruolo sempre più importante, in particolare, in California dove si sta conducendo un programma di miglioramento mirato allo sviluppo di cultivar a maturazione precoce e con un basso fabbisogno in freddo. Nonostante questo, la produzione di ciliegie deve affrontare sfide molto significative, sia in relazione alle conseguenze del cambiamento climatico, su scala mondiale (in particolare a causa del riscaldamento globale) che all’emergenza di nuovi parassiti e malattie (ad esempio la mosca della frutta, Drosophila suzukii). I breeder devono quindi aggiungere nuovi caratteri all’interno degli schemi di selezione, oltre a quelli tradizionali ed inevitabili come la produttività, il diametro dei frutti, la durezza e la qualità aromatica, ecc. Il miglioramento genetico è stato tradizionalmente limitato ad una base genetica piuttosto ristretta. Potrebbe quindi non essere semplice trovare alleli interessanti per caratteri di adattabilità agli stress biotici ed abiotici nel portfolio dei breeder. Per questa ragione, la preservazione e la caratterizzazione delle risorse di germoplasma dovrebbe essere considerata una priorità urgente.
Con i recenti sviluppi tecnologici nell’area della biologia molecolare e della bioinformatica, l’uso delle informazioni basate sul Dna, attraverso un approccio di selezione assistita dei marker molecolari, è diventata una realtà per i genetisti che si occupano di ciliegio. Sebbene sforzi importanti nella ricerca siano ancora necessari per sbrogliare la determinazione genetica dei principali caratteri di interesse agronomico, queste metodologie consentono già una riduzione significativa nei costi di miglioramento.

Novità nella lavorazione e confezionamento

Marco Dalla Rosa, DISTAL Alma Mater Studiorum Università di Bologna – Campus di Cesena

L’evoluzione delle tecnologie alimentari, attraverso l’utilizzo delle cosiddette tecnologie emergenti, pone le basi per l’ottenimento di prodotti con un livello di stabilizzazione almeno parziale, nei confronti delle alterazioni microbiche, con modificazioni minime delle qualità intrinseche, sia sensoriali sia nutrizionali dei prodotti finiti.
Alte pressioni idrostatiche, campi elettrici pulsati, plasma freddo ed osmo-disidratazione possono venire impiegati per la trasformazione di ciliegie e amarene, con ottenimento di prodotti di buona qualità e medio-lunga shelf-life. Il confezionamento del fresco e dei prodotti finiti mediante l’utilizzo di atmosfere modificate, in combinazione con la scelta dei film più adatti può essere una ulteriore soluzione per migliorare la conservabilità dei prodotti. Le ciliegie dolci ma anche quelle acide, contengono alti livelli di composti nutritivi e non, associati a benefici sulla salute umana.
Le tecnologie per la preservazione e trasformazione dovrebbero essere migliorate per mantenere al meglio i loro attributi qualitativi e per sostenere l’aumento del valore di mercato del prodotto, della produzione e dell’areale di raccolta delle ciliegie dolci. Questi fattori sono aumentati rapidamente negli ultimi 15 anni e continuano a crescere, il che dimostra la crescente importanza di questo prodotto nell’industria alimentare e nella frutticoltura. A parte l’aumento della qualità e l’accesso del ciliegio nel mercato fresco, la valorizzazione delle ciliegie di seconda scelta è una componente importante del valore aggiunto di queste attuali risorse sotto-utilizzate. Inoltre è necessario anche ampliare la valorizzazione delle ciliegie di prima scelta, altamente deperibili, usando tecnologie di processo nuove ed emergenti che mantengano un basso impatto sulla qualità. Al fine di sfruttare al meglio l’eccellente qualità nutrizionale funzionale e sensoriale del ciliegio dolce e acido, è necessario investire in ricerca e sviluppo sulla preservazione e trasformazione della ciliegia.

Moderne strategie di sviluppo e commercializzazione

Roberto Della Casa, Università di Bologna, Francesco Ricchieri – Agroter, Francesco Mattioli – Agroter

La ciliegia può essere ulteriormente valorizzata facendo uscire il prodotto dalla categoria frutta per entrare in quella dei dessert e degli sfizi a beneficio di un pubblico più giovane.
All’opposto, localismi, tradizione e stagionalità, che caratterizzano buona parte della produzione nazionale possono essere ulteriormente valorizzati sui middle age e i “diversamente giovani”, soprattutto per il mercato interno. Comune alle diverse strategie la necessità di varietà performanti legate a un calendario commerciale strutturato e selezione non distruttiva della qualità con l’utilizzo delle tecnologie per garantire quella che potremmo definire “qualità coerente” con la promessa.
La ciliegia è dunque un frutto molto apprezzato per le sue caratteristiche gustative dal consumatore italiano, tanto da essere collocato al vertice della soddisfazione e questo elemento può essere ulteriormente potenziato in chiave di valorizzazione, al fine di erodere quote ai prodotti industriali ricchi in carboidrati e grassi saturi tipici di questo segmento di consumo, puntando sul migliore profilo nutrizionale e su una soddisfazione palatale comparabile, unica o quasi nell’ambito della frutta. La contropartita è una battuta di cassa per porzione molto più interessante connessa alla riduzione delle grammature in vendita e al confezionamento in porzioni monodose, garantendo – tra l’altro – vendite incrementali che non cannibalizzano il tradizionale e consolidato consumo a casa e dedicate ad un pubblico più giovane che si sta, tra l’altro progressivamente allontanando da frutta e verdura proprio per la scarsa praticità e il sapore insoddisfacente. Esperienze già significative all’estero suggeriscono che questa nuova occasione di consumo connessa ad una differente funzione d’uso generano un beneficio anche sul consumo stagionale di massa e non ne erodono l’attrattività. Per fare questo è necessario però che, come snacks e dolciumi in genere, il prodotto presenti un aspetto perfetto e un profilo sensoriale costante, come confermato dalla ricerca sul percepito, possibile solo con materiale genetico di alto profilo e selezione della qualità garantita dall’uso di tecnologie di sorting non distruttive. Rilevante sarebbe, poi, in questo ambito un allungamento del calendario di disponibilità del prodotto, proprio per il differente profilo d’acquisto in questo segmento, garantibile con l’importazione con diversa stagionalità o in contro-stagione da altre aree vocate. All’opposto, localismi, tradizione e stagionalità possono essere ulteriormente valorizzati sui middle age e i “diversamente giovani” facendo leva sulle mille sfaccettature territoriali e stagionali della produzione nazionale in un concetto allargato di prodotto locale, ovvero “il prodotto più vicino a te in quel momento della stagione”, proprio attraverso la valorizzazione dei contenuti emozionali correlati alle differenti aree di produzione del nostro paese sia sul piano storico che paesaggistico, noti a livello nazionale ma più difficilmente trasmissibili su scala internazionale.
Relativamente allo scenario internazionale, però, anche in questo ambito emergono ottime potenzialità di valorizzazione puntando sulla vocazionalità del nostro paese sui “prodotti mediterranei baciati dal sole” e racchiusi nel Made in Italy.
A patto però che si riesca a porre in essere anche in questo caso le strategie adottate dai player che sono più cresciuti nel mercato mondiale e che fanno cardine su varietà performanti, legate a un calendario commerciale strutturato e selezione non distruttiva della qualità con l’utilizzo delle più moderne tecnologie per garantire quella che gli anglosassoni definiscono “consistent quality” e che noi potremmo ribattezzare “qualità coerente” con la promessa.

ramo con ciliegieNuovi portinnesti e sistemi di impianto

Martin Balmer, Centro Servizi per le Aree Rurali Rheinpfalz, Campus Klein-Altendorf 2, 53359 Rheinbach, Germania

Per più di 25 anni, i portinnesti per il ciliegio dolce sono stati valutati in diverse regioni dello stato federale tedesco di Renania-Palatinate, in un ambiente con vocazionalità vitivinicola e suoli medio-pesanti in cui il problema della stanchezza del terreno su Drupacee gioca un ruolo significativo nella maggior parte dei frutteti. In generale, le prove portinnesti sono state eseguite su piante allevate con fusto centrale e messe a dimora con un sesto d’impianto di 4,0-4,5 m per 2,0-3,0 m in funzione del vigore previsto. In aggiunta ai normali parametri relativi alla performance produttiva dell’albero, sono stati presi in considerazione anche lo stato di salute, la stabilità dell’albero e la tendenza a produrre polloni. Nel 2013, una nuova prova su portinnesti è stata impostata includendo tra i portinnesti confrontati anche la nuova serie Weigi e qualche clone recente di Gisela. Le aree soggette a re-impianto nel frutteto sperimentale di Oppenheim sono state confrontate con impianti su terreno vergine. Fino ad ora, Weigi 2 è risultato il portinnesto leggermente più nanizzante, ma anche quello meno produttivo, senza però effetti negativi sul calibro del frutto. Considerando i portinnesti semi-nanizzanti, Weigi 1, Weigi 3, Gisela 13 e Gisela 17 sembrano essere simili sia nella vigoria che nell’efficienza produttiva. In questo gruppo c’è un interesse a rimpiazzare PiKu 1 che, nelle condizioni ambientali tedesche, si è scoperto non essere abbastanza resistente ai freddi invernali e suscettibile ai suoli pesanti ed al coleottero della corteccia. Le prove sulle forme di allevamento hanno mostrato come anche con piante di ridotte dimensioni la resa e la qualità possano essere simili a quelle realizzabili con allevamento a fusetto, anche se in molti casi le performance di raccolta possono essere migliorate. Inoltre, si è visto come la potatura meccanica abbia senso solo se combinata con una potatura manuale di correzione. Infatti, la sola potatura meccanica porta a ridotte dimensioni del frutto e può ridurre notevolmente le performance di raccolta.

Migliorare le performance fisiologiche e l’efficienza produttiva

Gregory A. Lang, Department of Horticulture, Michigan State University – Usa

Nelle ultime due decadi, sono stati ottenuti grandi miglioramenti nell’efficienza dei frutteti, grazie allo sviluppo di portinnesti precoci capaci di controllare il vigore, come la serie Gisela (Gi). Le recenti ricerche sui sistemi di allevamento si sono focalizzate sulla progettazione architettonica della chioma, al fine di migliorarne l’efficienza sotto vari aspetti, tra cui: 1) l’intercettazione e la distribuzione della luce per minimizzare l’ombreggiamento; 2) la fioritura, lo sviluppo e la maturazione del frutto per un raccolto più uniforme; 3) la gestione equilibrata del carico di frutti per ottenere un’elevata qualità degli stessi; 4) strategie semplificate per lo sviluppo ed il mantenimento dei rami a frutto, al fine di ridurre il lavoro di potatura manuale; 5) meccanizzazione parziale per ridurre il lavoro di raccolta e potatura manuale; 6) l’utilizzo di coperture protettive per mitigare il rischio di danni da pioggia, grandine, gelo e vento; e 7) una migliore copertura della chioma tramite nebulizzazione, per la protezione da insetti e malattie. In numerose località del Nord America, il progetto di ricerca regionale NC140 ha valutato le prestazioni di tre cultivar di ciliegio dolce su portinnesti nanizzanti (Gi3), semi-nanizzanti (Gi5) e semi-vigorosi (Gi6) con chioma allevata in tre ed in due dimensioni (forma in parete), rispettivamente, per una durata di nove anni, ad oggi. La forma di allevamento in parete Super Slender Axe (Ssa) ha mostrato le produzioni precoci più elevate, sia per albero che per frutteto, ma la forma di allevamento in parete Upright Fruiting Offshoots (Ufo) ha sostenuto un più alto raccolto cumulato prima di raggiungere la maturità. Gli alberi allevati tridimensionalmente a Tall Spindle Axe (Tsa) hanno mostrato una produzione precoce più elevata di quelli allevati in tre dimensioni con la forma a Kym Green Bush (KGB), raggiungendo però una produttività cumulata simile. Le strategie di rinnovo del legno a frutto sono critiche per il mantenimento della produttività e della qualità dei frutti. Per ognuna di queste forme di allevamento è possibile raggiungere raccolti economicamente convenienti e di alta qualità, ma a seconda della forma essi presentano vantaggi e sfide, tra cui la compatibilità specifica tra diversi portinnesti e cultivar. Questi aspetti sono discussi in questo lavoro, che include i confronti tra le architetture delle chiome bi e tridimensionali sviluppate come astone centrale (Ssa vs. Tsa) e come astoni multipli (Ufo vs. Kgb). Il vantaggio di utilizzare la naturale efficienza di intercettazione della luce e l’habitus di crescita del ciliegio dolce in strutture semplificate di stile Ufo con forme di allevamento in parete si sta espandendo, oltre al ciliegio, anche ad altre colture frutticole in tutto il mondo.
L’evoluzione di architetture della chioma ad alta densità su ciliegio dolce, rende prontamente disponibili uno spettro di portinnesti precoci che limitano il vigore, aumentando l’efficienza del frutteto sotto diversi punti di vista tra cui: 1) l’intercettazione, la distribuzione della luce e la minimizzazione dell’ombreggiamento all’interno della chioma; 2) la fioritura, lo sviluppo del frutto e l’uniformità di maturazione per migliorare la raccolta; 3) la gestione equilibrata del carico produttivo per l’ottenimento di frutti di alta qualità; 4) strategie semplificate per lo sviluppo ed il mantenimento del legno a frutto e per la riduzione del lavoro di potatura manuale; 5) la meccanizzazione parziale per la riduzione del carico di lavoro necessario per la potatura e la raccolta; 6) l’utilizzo di coperture protettive per mitigare il rischio di danni alla coltura da pioggia, grandine, gelo e vento; 7) una migliore gestione della difesa per la protezione da insetti e malattie. Per il ciliegio dolce, la maggior parte di questi vantaggi sono ottimizzati da chiome in parete strette e piane, come la forma di allevamento “ufo” e le sue varianti.
Anche se queste forme hanno perso qualsiasi somiglianza con l’architettura naturale degli alberi di ciliegio dolce selvatici, essi comunque mantengono e sfruttano l’habitus naturale di crescita della specie e la sua efficienza di intercettazione luminosa, evoluta in millenni di competizione con altre specie, nella foresta, con relative minori ri-strutturazioni per l’adattamento ai frutteti moderni, alle disponibilità di manodopera e alla domanda di qualità da parte del mercato.

ciliegie spaccateNuovi approcci nella difesa delle spaccature dei frutti

Moritz Knoche1 e Andreas Winkler – Institute for Horticultural Production Systems, Leibniz-University Hannover, Germania

Le spaccature che si formano nelle ciliegie rappresentano un problema molto serio per la produzione mondiale.
Si pensa che esse siano causate da un eccessivo assorbimento di acqua e da un successivo aumento del turgore cellulare, tale per cui quando viene superata una soglia critica (‘turgore critico’) il frutto si spacca. Tuttavia, mancano evidenze sperimentali a supporto di questo concetto ampiamente diffuso mentre i dati pubblicati mettono in dubbio l’ipotesi del “turgore critico” ed una spiegazione alternativa deve ancora essere confermata. Questo articolo riassume le ricerche sperimentali che, negli ultimi due decenni, hanno portato allo sviluppo di un’ipotesi alternativa delle cause dello spacco nel ciliegio: la così detta ipotesi della “cerniera lampo”. Secondo quest’ultima, la spaccatura del frutto è il risultato di una serie di eventi che portano alla propagazione di una fessurazione attraverso la buccia e la polpa “aprendo” il frutto. Questa ipotesi si basa sulla seguente sequenza di eventi: nella buccia, ed in particolare nella cuticola, si sviluppa una tensione (stress) durante la fase I di crescita, a causa di una regolazione negativa dei geni coinvolti nella sintesi della cutina e delle cere. Lo stress nella buccia determina tensioni e microfessurazioni nella cuticola. Inoltre, l’umidità della superficie e della cuticola in tensione aggrava le micro-spaccature, le quali a loro volta compromettono le funzioni di barriera della cuticola e concentrano l’assorbimento dell’acqua in una particolare regione della superficie del frutto. L’acqua passa la cuticola, penetra nel frutto e si muove in zone dove il potenziale idrico è più negativo, ossia nelle grandi cellule del parenchima del mesocarpo, dotate di pareti cellulari sottili, che hanno un potenziale osmotico più negativo delle piccole cellule dell’epidermide e dell’ipoderma, aventi una parete cellulare più spessa. L’assorbimento di acqua da parte di queste cellule ne causa la rottura.
Di conseguenza, il contenuto cellulare fuoriesce nell’apoplasto. I principali costituenti del ciliegio dolce, come il glucosio, il fruttosio e l’acido malico si riversano nell’apoplasto in concentrazioni comparabili a quelle del simplasto e le conseguenze sono molteplici: 1) il turgore cellulare diminuisce ed è interamente perso quando le cellule dell’epidermide sono soggette a plasmolisi; 2) l’acido malico estrae il Calcio legato alle pareti cellulari, le indebolisce ed aumenta la permeabilità delle membrane plasmatiche causando una reazione a catena di perdita di adesione tra cellule adiacenti. Il distacco tra le cellule ed il crollo del (già basso) turgore cellulare porta al rigonfiamento delle pareti cellulari, in particolare delle pectine della lamella mediana. Le pareti cellulari gonfie hanno una rigidità inferiore ed una maggior tensione alle fratture ed adesione cellulare che portano alla separazione delle cellule adiacenti lungo la parete cellulare. La tensione generata dallo sforzo dell’epidermide è ora sufficiente per causare la separazione delle cellule lungo le loro pareti rigonfiate e rompere la buccia. Questo processo continua agli estremi della spaccatura dove si concentra lo stress, causando l’estensione della spaccatura stessa. L’epidermide si rompe nello stesso modo con cui una cerniera o una smagliatura si apre e si propaga in un pezzo di tessuto lavorato a maglia. L’idea di vedere una ciliegia come un pallone contenente una soluzione zuccherina circondata da una buccia tesa è una semplificazione eccessiva e non realistica. Al contrario, le spaccature devono essere viste come un fenomeno localizzato. Questa ipotesi spiega anche il fatto che le relazioni tra assorbimento di acqua e spaccature siano altamente variabili e che l’applicazione di agenti formanti film – strategie di copertura – con l’obiettivo di ridurre l’assorbimento di acqua non hanno particolare successo nel ridurre le spaccature.

Strategia di difesa integrata a Drosophila suzukii

N. Mori*, L. Tonina, M. Sancassani, F. Colombari, P. Dall’Ara (della DAFNAE – sez. Entomologia, Viale dell’Università 16, 35020 Legnaro, PD), M. Dal Cero, E. Marchesini (di Agrea Centro Studi, Via Garibaldi 5/16, 37057 San Giovanni Lupatoto, VR)

La biologia di Drosophila suzukii impone, per una efficace difesa della coltura, la combinazione di tutti i mezzi di contenimento: agronomici-colturali (gestione chioma, cotico erboso, bordure, raccolta), fisici (reti anti-insetto), biotecnologici (cattura massale, lure & kill) impiego di parassitodi e chimici. Nel presente lavoro vengono trattate le possibilità di contenimento di D. suzukii da mettere in atto su ciliegio al fine di rendere economicamente conveniente e sostenibile la convivenza tra pianta ospite e fitofago. La biologia e l’ecologia del carpofago impongono, per una difesa efficace della coltura, la combinazione di tutti i mezzi di contenimento. Anzitutto è necessario adottare nel frutteto tutte quelle pratiche colturali ed agronomiche atte a sfavorire lo sviluppo del moscerino quali potature, sfalci, gestione bordure e l’abbandono di frutta matura.
Dall’invaiatura l’uso della cattura massale aiuta ad abbassare le densità delle popolazioni presenti; l’impiego delle reti che garantisce un efficace controllo, madeve essere sottoposto ad una preventiva valutazione economica. I problemi legati ai residui ed agli effetti collaterali sull’ambiente, impongono una attenta gestione dei trattamenti chimici che dovranno essere limitati alle fasi di maggiore infestazione. Di fondamentale importanza è la programmazione di una raccolta rapida e tempestiva di tutti i frutti. Nel prossimo futuro è auspicabile che le infestazioni di D. suzukii possano trovare un efficace limitazione con altri mezzi biotecnologici e biologici; molte speranze sono poste sull’adattamento dei parassitoidi autoctoni e sull’autorizzazione al rilascio di quelli presenti negli areali di origine.
La gestione di D. suzukii richiede un approccio olistico che deve interessare tutta la filiera agroalimentare, dalla produzione integrata, al trasporto in condizioni di temperatura controllata, alle fasi di stoccaggio e di distribuzione dove è stato osservato che brevi shock termici (0,5 C per 24 ore) possono bloccare le infestazioni in corso e prolungare la durata di conservazione della frutta. La ricerca degli strumenti di contenimento delle popolazioni di D. suzukii è estremamente complicata a causa dell’elevata performance biologica della specie. La rimozione del parassita dalle aree in cui è già presente è impossibile (Eppo 2018) è quindi necessaria l’integrazione di tutte le possibili strategie per la soppressione continua delle popolazioni al fine di ridurre le successive infestazioni.

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