La Romagna riscopre i vini autoctoni

cantina con bottiglie

Alessandra Giovannini

Dopo aver raccolto le impressioni e i racconti di ben nove tra presidenti di importanti gruppi cooperativi e produttori della Romagna il risultato è praticamente unanime: il Sangiovese una garanzia, l’Albana una piacevole riscoperta, il Trebbiano una conferma. Vini con caratteristiche molto diverse ma che si ritrovano sulla tavola dei romagnoli, e non solo, da secoli. Un rosso e due bianchi che amano accostarsi a semplici stuzzichini ma, ancora più piacevolmente, ai piatti ricchi della nostra terra.
Marco NannettiPrima di arrivare in tavola, però, c’è il lavoro tra i filari. “Nei mercati maturi come l’Italia e la Francia registriamo un calo nei consumi di vino – precisa Marco Nannetti, presidente di Terre Cevico – ma c’è anche un crescente interesse per i vini di maggiore qualità e per i quali il consumatore è disposto a spendere anche qualcosa di più, anche al ristorante. Si beve meno ma meglio”.

Ma torniamo ai nostri tre vini di punta. Cominciamo dal re della Romagna, il Sangiovese. “Un grande classico – sottolinea Nannetti – che però, per l’export, si deve confrontare con i gusti di chi ha abitudini alimentari diversi dai nostri”. Sicuramente il vitigno più coltivato in Italia.

Giordano Zinzani“In Romagna – precisa Giordano Zinzani, presidente del Consorzio Vini di Romagna – circa 6.400 ettari di terreno sono dedicati alle sue uve. Da diversi anni alla denominazione Doc abbiamo accostato la Menzione geografica aggiuntiva per le dodici sottozone più piccole che producono questo vino con un disciplinare più restrittivo. Recentemente, poi, abbiamo modificato le definizioni per permettere di scrivere in etichetta questa menzione con caratteri di dimensione maggiore rispetto a Romagna Doc”.
I mercati forti sono ancora Germania, Inghilterra, Canada ma anche Stati Uniti e Giappone.

Dal rosso al bianco. “L’Albana è il principe dei bianchi della collina – racconta Nannetti –. Una grande riscoperta degli autoctoni e un’Albana che si è ricominciato a produrre nella sua veste più tradizionale. E, a proposito di tradizioni, abbiamo appena impiantato nella Tenuta Masselina, azienda vitivinicola del Gruppo Terre Cevico di Castel Bolognese, un ettaro di Albana con la tecnica della pergoletta romagnola, come si faceva una volta. Abbiamo verificato che è il miglior modo per produrla”.

Dello stesso parere Zinzani. “Questo vino sta avendo un grande rilancio e un forte interesse e si sta diffondendo anche nella ristorazione, abbinandosi bene sia ai piatti di pesce che di carne. Un grande vitigno antico presente solo in Romagna, oggi coltivato per circa 1.000 ettari, che vogliamo far conoscere sempre più oltreconfine. All’estero piace ma ne vengono esportate quantità esigue. A maggio, come Consorzio abbiamo previsto la sponsorizzazione di una selezione tra albane secche che chiama in causa il giudizio del pubblico nelle piazze di alcuni dei più bei borghi romagnoli”. E poi il Trebbiano, altro bianco di Romagna, anzi, il vitigno bianco più coltivato in Romagna. Oggi occupa circa 13.900 ettari. “Un vino che si sta riqualificando – dice Nannetti –. È stato sempre un po’ bistrattato ma deve essere descritto bene al consumatore e legato alla gastronomia. E, proprio per valorizzare il principe della Romagna, portiamo avanti il progetto ‘Bolé’”. Un progetto che vede interessati anche il Consorzio dei Vini di Romagna. Bollicine 100% romagnole con la denominazione Romagna Doc Spumante, il marchio condiviso ‘Novebolle’ e l’etichetta, appunto,‘Bolé’.

“E in Romagna di spumantizzazione – racconta Zinzani – se ne parlava già fra fine ottocento e i primi del novecento”. Presto per parlare della prossima raccolta ma intanto Zinzani si augura “una vendemmia nella giusta quantità. Nel 2017 furono decisamente scarsi i volumi di produzione e nel 2018 si è invece registrata abbondanza di uve e molto vino nelle cantine. Ci auguriamo un 2019 nella norma”.

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