La sostenibilità ambientale va di pari passo con quella economica

Cristiano Fini, presidente Cia – Agricoltori Italiani Emilia Romagna

Sostenibilità ambientale non significa che i costi delle azioni virtuose e delle buone pratiche nelle coltivazioni debbano pagarle solo i produttori, ma è l’intera filiera che deve responsabilmente accollarsi una parte del ‘plus’ che ne deriva se si vuole rispettare l’ambiente. La sostenibilità, a mio giudizio, va ricercata anche sul piano economico.Gli agricoltori da diversi anni sono impegnati nella produzione di derrate di qualità e più sane, con l’impiego di prodotti fitosanitari sempre minore, il tutto sancito dalla forte crescita del Biologico. Produrre con pratiche ecosostenibili richiede maggior utilizzo di manodopera, riduzione della produttività e soprattutto mezzi tecnici più costosi.

Ne deriva che ai nostri prodotti non viene riconosciuto questo valore aggiunto e le aziende agricole rivendicano la sostenibilità economica, ovvero le imprese devono essere messe in condizioni di sopravvivere ed essere competitive, quindi ottenere gratificazioni economiche adeguate.
Tra l’altro, negli ultimi anni abbiamo assistito alla proliferazione di nuovi parassiti alloctoni ed alla scarsità di acqua dovuta ai mutamenti climatici; il combinato di questi fattori ha portato ad una riduzione della produttività nei campi, alla quale non ha seguito l’aumento dei prezzi delle materie prime.

Il consumatore è disposto a riconoscere questo impegno che viene dai campi, ma va fatta una corretta informazione sull’attività degli agricoltori che non si limita alla produzione, ma alla tutela del territorio, dell’ambiente e, perché no, del paesaggio che ci circonda. Tutto ciò ha un costo ed è per questo che le aziende devono raggiungere la sostenibilità economica.

Poi c’è la sostenibilità ambientale che passa anche attraverso una protezione del territorio dalla fauna invasiva. Serve innanzitutto intervenire sulla legge nazionale della caccia, ovvero riformarla e adattarla alle nuove ed urgenti esigenze del territorio: è il primo passo da fare poiché l’attuale normativa pone dei vincoli nella gestione e nel contenimento di determinate specie invasive – e decisamente numerose – tali da mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini, oltre che a compromettere le colture agricole.
Vanno quindi rivisti alcuni parametri nel definire il concetto di ‘carichi sostenibili’, ovvero qual è il numero equilibrato di animali tale da non creare danni all’agricoltura e soprattutto da non compromettere l’incolumità delle persone.

Negli ultimi anni infatti abbiamo assistito ad un incremento esponenziale di animali selvatici in montagna e soprattutto in pianura dove caprioli e cinghiali ormai hanno preso residenza tra le colture di pregio della Pianura Padana. La situazione in Italia è ormai fuori controllo ed anche in Emilia Romagna non mancano i problemi, in considerazione del fatto che sono in calo i cacciatori: poco meno di 34.000 cacciatori residenti a cui si aggiungono oltre 7000 doppiette provenienti da altre regioni.

Non è più rinviabile un nuovo piano operativo, modificando la legge quadro che regola la materia.
Vanno riformati gli ambiti territoriali venatori e occorre superare il regime del de minimis nel rimborso dei danni agli agricoltori che, di fatto, paralizza il sistema.

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