“Non mancano concorrenza sleale e difficoltà agronomiche”

coltivazioni biologiche

Alessandra Giovannini

IMOLA – Carlo Morini conduce circa 45 ettari di terreno coltivato a vite, cereali e frutta estiva. Dal 1999 l’Azienda Agricola Polenghe di Imola, di cui Carlo è titolare, è certificata in agricoltura biologica e dal 2015 condotta in agricoltura biodinamica che condivide, con quella biologica, i medesimi valori fondativi, cioè il rifiuto di utilizzare sostanze chimiche, l’attenzione all’ambiente, la rotazione delle colture, ma diversa perché regolamentata in modo differente.

La continua ricerca di un’agricoltura a basso impatto ambientale, si sposa con la necessità di venire incontro a richieste di mercato specifiche, in particolare da Germania, Austria e Svizzera. “Perché non basta più essere biologici, occorre fare un passo ulteriore – dichiara con fermezza Morini – perché è nostro dovere di produttori agricoli impattare il meno possibile sull’ambiente ed essere ecosostenibili al massimo”.

Carlo MoriniIl biologico come punto di partenza e non di arrivo. “È l’unica possibilità per l’agricoltura del futuro – dice ancora Morini -. Lo chiede anche il mercato europeo e i cittadini premiano queste scelte, aumentando i consumi del settore. È un processo lungo, dobbiamo sottostare agli umori della natura più di altri, ma il premio è grande. Lo dobbiamo fare anche per i nostri figli, dobbiamo lasciare un ambiente migliore. Biologico dovrà diventare quello che oggi è convenzionale”. Purtroppo però, le difficoltà non mancano, e sono principalmente di due tipi: le difficoltà agronomiche e la concorrenza sleale.

“Nel primo caso – precisa Morini – in agricoltura biologica e biodinamica le armi contro alcune avversità sono particolarmente “spuntate” e quindi dobbiamo lavorare soprattutto nel cercare di mantenere le piante sane, in equilibrio e con un terreno perfetto per aiutarle a combattere al meglio, anche se a volte questo non basta, e le produzioni sono danneggiate o spesso compromesse in fasi precoci del ciclo”. Ma il vero problema è la concorrenza e la strumentalizzazione che si sta facendo, soprattutto in Italia, piuttosto che in altri Paesi, nel mondo bio. “Arriva il prodotto, sì certificato biologico – dice Morini -, ma a prezzi ridicoli, che invade il mercato, e crea disomogeneità tra le vere produzioni di qualità tracciate, che hanno bisogno almeno di recuperare i costi di produzione, e prodotto abbondantemente e palesemente sotto costo: se il prezzo è troppo basso, il produttore viene pagato poco e male e quindi strozzato da una catena di vendita senza scrupoli. In ultimo, ormai il bio è ovunque, sulla bocca di tutti, e questo giocoforza porta a una perdita di appeal, di “valore intrinseco” ma soprattutto, come detto, a un abbassamento dei prezzi e a una invasione e proliferazione di prodotti “bio-social”, ma che forse di bio hanno solo le parole dello slogan canticchiato alla radio”.

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