Ortofrutta: “A fulgore e tempestate libera nos Domine”

maltempo

2000 anni fa, l’agronomo Lucio Giunio Columella nel suo bel trattato tecnico sull’agricoltura “De Re Rustica” sosteneva che l’agricoltore che si accinge ad una coltura è come il giocatore di dadi: “tessera ludere”, in latino, il gioco d’azzardo più antico dell’umanità. Nel senso che affronta un rischio: e se la tempesta poi gli rovina tutto? A quel tempo mica c’erano assicurazioni, o indennizzi per stato di calamità. Si poteva solo sperare nelle colture successive, confidando che anch’esse non fossero state danneggiate (tutto sommato, capita anche oggi). La citazione ci è tornata in mente nei giorni recenti di maggio quando anche la Romagna è stata colpita dalla tempesta: piogge torrenziali (oggi chiamate “bombe d’acqua”, ma sempre di tempesta si tratta). Non solo. Fiumi Savio e Montone sono esondati a Cesena e Forlì, con gravi danni anche alle colture agricole fiorenti o in atto. Anche questa calamità, pur annunciata, merita una riflessione: storicamente i fiumi romagnoli, a carattere torrentizio, hanno spesso dato di matto; inondazioni che accadevano solo in autunno, mai, come stavolta, in primavera. Uno dei segni che il clima è cambiato davvero.

Tornando al tema iniziale le incontenibili calamità che colpivano le colture erano così frequenti da meritare un adeguato repertorio di benedizioni ed anche di esorcismi. Da: “a fulgore a tempestate libera nos Domine” (dai fulmini e dalla tempesta liberaci, Signore, scritto anche sulle campane) fino ad anatemi contro topi, cavallette ed ogni tipo di animale e insetto infestante. In quei tempi lontani i parroci di campagna, nel benedire i campi, davano spesso consigli agronomici: “Burdèll, qui ci vuole più concime, più cura”. Buon senso, unico antidoto al destino cinico e baro.

Il Passator Cortese

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