Per le pere è una annata deludente

Pere Raccolta

Erika Angelini

Il triangolo produttivo di pere più importante d’Italia, quello tra Ferrara, Modena, Bologna, è in piena sofferenza

L’annata, quando mancano poche settimana dalla raccolta delle prime varietà estive, Santa Maria e Carmen in primis, si presenta a dir poco disastrosa. Mancano all’appello percentuali di prodotto che vanno da 30 al 70%, a seconda della varietà e dell’areale produttivo. Continua a preoccupare naturalmente la cimice asiatica, ma anche un’anomala e ancora inspiegata moria delle piante. Una situazione difficile, che arriva dopo alcune annate non “perfette”, ma stabili da un punto di vista di quantità e qualità delle pere.

“Nel modenese – spiega Silvio Barbanti, produttore di Campogalliano – si stima che manchino all’appello il 40-50% di Abate, il 30% di Conference e il 15% dei William, solo per citare le varietà più diffuse sul territorio. Un calo produttivo preoccupante dovuto, secondo i tecnici, a diverse annate di stress subite dagli impianti. Siamo passati – continua il produttore – dalla siccità estrema del 2017, all’eccesso di pioggia in primavera del 2018, fino a un 2019 dall’inverno fin troppo mite, che non ha sostanzialmente permesso alla pianta di riposare adeguatamente da un punto di vista vegetativo e quindi di avere una fioritura soddisfacente in primavera. Tre anni difficili che fanno pensare, purtroppo, che il microclima che ha sempre favorito la produzione di Abate in Emilia non ci sia più e che il nuovo clima non sia più così adatto alle varietà più importanti. Ma quello che mi preoccupa maggiormente è la moria delle piante, un fenomeno che non trova ancora una spiegazione e non deriva da problemi fungini o virosi. Per cercare di risolverlo, alcune grandi cooperative del territorio hanno attivato un vero e proprio “Protocollo d’indagine”. Si tratta di raccogliere dati in diverse aziende colpite su portinnesti e pratiche agronomiche, dalla concimazione all’irrigazione, per capire se ci sono delle azioni ricorrenti che possono spiegare il collasso dei peri. I dati produttivi finali in quest’annata dipenderanno, infatti, anche da quante piante rimarranno in piedi, da qui alla raccolta delle pere autunnali”.

pera ConferenceVa anche peggio nel ferrarese, dove si produce il 60% dell’Abate italiana e dove mancano percentuali altissime di prodotto.
“Nel ferrarese – spiega Antonio Fioravanti, pericoltore di Copparo – diciamo che con l’Abate difficilmente si sbaglia. Questa varietà è sempre stata il fiore all’occhiello della nostra frutticoltura che ha avuto, certamente, annate buone e meno buone, ma non ha mai deluso come quest’anno.
Per la cultivar di punta parliamo di picchi di 70% in meno di prodotto, e quando “va bene” siamo a meno 50-60%. Con queste percentuali di raccolto le aziende andranno in default, non ci sarà un reddito, anche perché le altre varietà non stanno andando meglio. Per la Santa Maria sono previsti cali produttivi enormi, per non parlare di Conference: dei 400 quintali per ettaro prodotti di media, ne andremo a raccogliere il 30-35%. Gli ultimi tre anni non sono andati benissimo per la nostra pericoltura, ma diciamo che se una varietà dava qualche problema, magari si riusciva a compensare con un’altra e si cercava di rimanere in equilibrio. Così, invece, l’azienda agricola rischia di non sopravvivere.
Al disastro produttivo – conclude Fioravanti – si aggiunge qualche problema con gli infestanti, dalla cimice ai miridi che arrivano dall’erba medica e danneggiano soprattutto la qualità della Conference”. Stessi andamenti registrati anche nel bolognese, dove sono stati minori i cali produttivi delle pere estive, ma si stimano perdite delle autunnali fino all’80%.

“La produzione di pere così come l’abbiamo conosciuta finora – afferma Fabio Bonetti, produttore di Galliera – è destinata ad esaurirsi. Non parliamo più di annate buone o meno buone, ma di una generale ‘depressione’ del sistema produttivo, che avrebbe bisogno di una forte dose di innovazione, in primo luogo varietale. Servono cultivar nuove, più resistenti e produttive, che riescano ad affrontare mercati fortemente concorrenziali a livello di prezzi e qualità, a partire da quello olandese.
E poi c’è il grande problema dell’export verso la Cina, una piazza promettente che potrebbe assorbire il nostro prodotto. Molti paesi produttori, come quelli del Benelux ma anche il Cile riescono a esportare, invece noi siamo ancora ai blocchi di partenza. Mi piacerebbe sapere se davvero il problema sono le barriere fitosanitarie o il nostro Paese è destinato, per incapacità o mancanza di tempestività, ad essere sempre in ritardo quando si tratta di cogliere occasioni che potrebbero cambiare le sorti di un comparto. Sicuramente siamo in ritardo sulla questione cimice asiatica: il protocollo approvato pochi giorni fa per consentire il contrasto con la vespa cinese arriva dopo troppo tempo e ne servirà dell’altro per capire se funzionerà”.

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