Ritorno ai voucher per garantire flessibilità alle imprese

Fini Cristiano

Cristiano Fini, presidente Cia Emilia Romagna

Il ricorso alla mano d’opera per la raccolta della frutta, e comunque per i lavori agricoli in generale, è sempre più problematica e non riguarda solo il personale di nazionalità italiana, ma è altrettanto difficile reperire operai agricoli stranieri

Le aziende emiliano romagnole nella voce ‘costo del lavoro’ non possono competere con nazioni europee, come ad esempio la Spagna, che ha oneri sui dipendenti che incidono dell’11% contro il 23 di quelli italiani.

In una annata agraria difficile come quella in corso, con prezzi della frutta – albicocche in primis – che non coprono i costi produttivi questo handicap si fa sentire ancora di più. Già è difficile programmare le raccolte a causa di una offerta di personale scarsa che non si limita solamente a lavoratori italiani, ma è pure complicato trovare disponibilità in quelli stranieri. Il Governo deve quindi garantire flussi migratori commisurati alle esigenze dell’agricoltura, proprio per sopperire alla mancanza di mano d’opera nazionale disposta a lavorare in campagna.

Ci sono poi problematiche nel fare ricorso a lavoratori stranieri, anche per le difficoltà nell’affrontare trasferte lunghe. Occorre dare loro certezze di lavoro durature, almeno due o tre mesi, ma non sempre le aziende sono in grado di garantire occupazione per un periodo lungo, a causa anche della volatilità dei mercati. Se un prodotto ha basse quotazioni l’imprenditore può anche decidere di interrompere la raccolta perché diventa antieconomica.
Inoltre, mancano gli strumenti contrattuali adeguati e si può ipotizzare il ricorso ad agenzie interinali specializzate in grado di gestire personale idoneo ai bisogni delle imprese.

Andrebbero anche reintrodotti i voucher, strumento che ha garantito una flessibilità di cui le aziende agricole avevano – e che tuttora hanno – bisogno. Una norma specifica, quindi per dare buone risposte al mondo agricolo.
I costi del lavoro sono più alti in Italia rispetto ad altri Paesi europei con vocazione ortofrutticola come la Spagna: un dipendente costa 4.000 euro in meno all’anno solo di oneri contributivi rispetto l’Italia, quindi andrebbero quanto meno ‘allineati’ con altre realtà europee. Il tema attuale del salario minimo obbligatorio, poi, va affrontato con prudenza: la trattativa in questo campo va intrapresa solamente se si abbassano i costi del lavoro. L’imprenditore deve inoltre sostenere anche quelli legati alla formazione dei dipendenti.

La normativa sulla sicurezza del lavoro impone, infatti, una serie di attività corsuali finalizzate all’ottenimento di abilitazioni all’uso dei fitofarmaci e dei mezzi agricoli sul personale stagionale. Sono azioni positive e necessarie a tutela del lavoratore, che impegnano l’imprenditore anche economicamente su questo versante, consapevole di correre il rischio di non avere la certezza l’anno successivo di poter contare sulla stessa figura professionale.

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