Ritorno all’agricoltura? È un fenomeno di nicchia

giugno 2015

“Il parere del sociologo Emilio Reyneri che sottolinea come i giovani sviluppino la dimensione simbolico-culturale del prodotto”

Il volto nuovo dell’agricoltura italiana: crescono le nuove imprese avviate da giovani imprenditori, istruiti e specializzati. Si può parlare di un ritorno alla tradizione agricola? Se sì, a quali condizioni? Abbiamo chiesto un parere a Emilio Reyneri, professore emerito di Sociologia del Lavoro della Università degli Studi Milano Bicocca.

 

Si può parlare di un ritorno all’agricoltura dopo decenni di urbanizzazione?

Il fenomeno è significativo, ma di nicchia. Fino al 2009 i giovani che entravano in agricoltura erano il 3% del totale, può esserci tutt’al più un leggero spostamento, complice la crisi di questi anni che ha stimolato i giovani ad attività diverse. Ma è significativo il fatto che tornino sui campi giovani istruiti e colti, che portano innovazione. Il processo di professionalizzazione è in atto.

Che tipo di innovazione portano?

Portano qualità, che richiede competenze tecnico-scientifiche elevate, insieme alla dimensione simbolico-culturale del prodotto, collegata al territorio, alla tradizione e alla bellezza paesaggistica e architettonica. Tutti aspetti che bisogna saper riconoscere, valorizzare e gestire e che richiedono cultura generale e capacità gestionale. Solo a queste condizioni giovani diplomati e laureati, figli e nipoti di agricoltori ma anche giovani imprenditori senza precedenti in famiglia, possono essere interessati a tornare sui campi. Tra l’altro, oggi Internet ha risolto il problema dell’isolamento tipico della campagna, questa si affaccia al mondo e, al tempo stesso, si dà un futuro alla nostra agricoltura, alle prese con l’invasione di prodotti a basso costo dai paesi del Sudamerica, del Nord Africa e dell’Asia.

Che scenario si presenta dal punto di vista dell’occupazione?

L’agricoltura tenderà a polarizzarsi fra produzione di massa con manodopera a basso costo, soprattutto d’immigrazione (non solo in Italia), perché molti prodotti come i pomodori, l’uva e le olive necessitano di raccolta a mano, e produzioni di nicchia, per una fascia medio-alta di consumatori, che sarà gestita da nuovi imprenditori colti e istruiti, come sta avvenendo nell’artigianato cosiddetto intellettuale, dalle calzature alla pelletteria. Ma certo per vendere all’estero, che è molto interessato al Made in Italy di qualità, si dovrà dare più impulso alle vendite in rete e a sistemi di conservazione più innovativi.

Qualche esempio da prendere a modello?

Il vino siciliano, per esempio, fino a trent’anni fa non era di qualità, poi si è iniziato a chiamare enologi esperti che hanno riscoperto vitigni autoctoni e hanno introdotto disciplinari rigorosi, dall’altro si è costruita una esperienza attorno al prodotto, dai fratelli Planeta con appezzamenti dai pendii dell’Etna fino a Capo Milazzo (sul loro sito assisti anche alla vendemmia – ndr), alla casa vinicola Donna Fugata di Pantelleria e Marsala, con la titolare che suona Jazz alle fiere del turismo (ora hanno anche un golf e un agriturismo – ndr). Lo stesso si può fare per l’olio, di cui subiamo la concorrenza spagnola e del nord africa, valorizzando la nostra storia, il territorio, la tradizione, e anche per altri prodotti. Per lo stesso riso si possono trovare qualità particolari per una fascia alta di consumatori, che cercano qualità e specialità.

Con la frutta dell’Emilia Romagna cosa si può fare?

Anche in questo caso, lavori sul biologico che si presta molto all’aspetto simbolico-culturale (salvi il pianeta e nutri bene i tuoi figli) e ti leghi al territorio. Un agriturismo sull’appenino tosco-emiliano ha un livello di qualità molto più alto che altrove. L’Italia agricola deve sfruttare, come sta già facendo, i circuiti enogastronomici e turistici. Perché si mangia cibo ma anche storia e ambiente, e ci vogliono professionisti che sappiano tenere insieme più elementi e sappiano valorizzarli, che abbiano letto romanzi, che abbiano viaggiato e non che abbiano solo competenze tecniche. Servono manager che gestiscano produzione agricola, produzione simbolica e marketing territoriale, comunque sono già in corso numerose iniziative in questo senso. Tutto il ciclo alimentare è importante per l’Italia e, dal campo alla tavola, c’è un fenomeno di intellettualizzazione. Oggi i cuochi hanno studiato e sono più consapevoli dell’esperienza che contribuiscono a far vivere. Riassumendo: costruisco sulla qualità e sul marchio di origine che l’Italia fa bene a difendere e, insieme, sull’aspetto simbolico-culturale di un determinato territorio, dove c’è la conservazione di un paesaggio rurale, di un borgo medievale, insomma, entro nell’immaginario delle persone.

Penso alla evoluzione delle etichette del vino negli ultimi anni…

Esatto, e lo stesso si può fare con altri prodotti agricoli. L’operazione Eataly nasce proprio con l’idea di dare visibilità ai produttori piccoli che offrono qualità e storia. Oggi uno strumento potente è Internet per dare voce ai piccoli, ma vedo che è ancora poco sviluppato l’e-commerce in Italia.

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